La mia esperienza in Africa

Abbiamo un problema.
Mi hanno chiesto di scrivere un breve pezzo che racconti della mia esperienza presso il Mama Lorenza's Vocational Centre.
Me l'hanno chiesto un sacco di mesi fa per la prima volta, ero ancora in Kenya.
Poi me lo chiese Carolina una volta rientrata a Roma, ma c'era tempo, il pezzo andava scritto per ottobre ed era ancora solo giugno.
Poi qualche settimana fa sono stata richiamata all'attenzione e il mio pensiero recitava più o meno così "e adesso che ci scrivo?"
Continuo a non saperlo, continuo a non avere idea da dove partire e cosa essere in grado e voler raccontare.
Per provare a fare chiarezza ho anche iniziato a rileggere i diari ma non ha funzionato, non ha funzionato per quello che mi serve di trovare per scrivere queste righe, che poi basterebbe solo un grazie sincero perché è la cosa più vera che posso dire a Child to Child for Africa che ha regalato alla mia vita un pezzo di mondo in più.
Allora parto dalle 5 W.
Magari riesco a essere efficace e sintetica.
Se lallero!
Chi sono?
Io sono Silvia Liberati, 28 anni, festeggiati in Kenya, professione terapista della neuro e pscimotricità ed educatrice teatrale.
Dove siamo? e che tempo è?
Kenya.
Quando?
Marzo aprile maggio, stagione delle piogge.
Non sono una tipa sveglia che prende strategiche strategie.
"Dai la prima volta in Africa e vai durante la stagione delle piogge? "
Credo quindi sarà possibile cogliere già da questa prima informazione di che colori era il Kenya quando c'ero io: marrone, tutto e ovunque, anche il cielo sembrava marrone a ricordarlo oggi, terra ovunque, capanne o palazzi durante la stagione delle piogge il paese aveva un problema grande.
E io non lo sapevo.
Pensavo di saperlo ma non avevo idea a cosa stessi andando incontro.
Mi ci sono ritrovata dentro.
Erano 8 anni che volevo andare in Kenya, un' idea me l'ero fatta, pensavo.
E invece ho dovuto abbandonare ogni cosa che credevo di sapere.
Del Kenya e di me.
Una volta tornata a casa ho tirato le somme e ho visto che alcune delle cose che avevo abbandonato le avevo nuovamente tra le consapevolezze, però un po' diverse, un po' più concrete.
Entrare nel mondo del Mama Lorenza Vocational Centre ha fatto in modo che tra le mie consapevolezze abbandonate e trovate c'è la certezza che l'arte nutre l'anima, e non c' è anima che non ha sete e fame di vita.
Si va be ma di COSA stiamo parlando?
Ho condotto un laboratorio di teatro con le ragazze della scuola.
Un gruppo per ogni classe.
Uno la mattina e uno il pomeriggio.
Quindi ogni classe partecipava ad una lezione ogni due giorni.
I gruppi erano quattro perché le classi erano due e a me ora sembra impossibile mettere nero su bianco cosa ha significato per me lavorare con queste ragazze.
Chiedere loro di sperimentare qualcosa che speso non rientrava neanche nelle loro competenze linguistiche.
Che cos'è il teatro?
Boh.
Molte non la sapevano o avevano vaghe immagini di strutture vecchie e fatiscenti, antiche.
La mia permanenza si è conclusa con una piccola esibizione di ogni singolo gruppo.
Ogni gruppo si è esibito davanti agli altri durante l'ultima sera trascorsa alla scuola.
Io piangevo come se non potessi fare altro.
Loro non sapevano cosa fosse il teatro 20 giorni prima e quella sera stavano mostrando a se stesse e alle altre ragazze cosa la sete di esprimersi poeticamente attraverso il corpo la voce e la relazione con l'altro e l'ambiente attorno a me può fare.
Si sono messe in gioco.
Hanno sperimentato.
Si sono affidate.
Hanno fatto domande.
Hanno cercato conferme e stimoli.
Hanno discusso per quale fosse la scenografia più adatta o la battuta meglio strutturata.
Il gioco attraverso il corpo.
Per alcune di loro è stato difficilissimo prendersi gioco di se stesse, questo ci fa fare il teatro, camminando come un leone o come una formica, rotolando a terra o giocando a palla, ma con la voce e con lo sguardo.
È stata una poesia continua che io proprio non riesco ad esprimere.
Ci tengo a specificare da dove venivo, prima di arrivare al Mama Lorenza's vocational centre.
Venivo da Meru, una città a nord di Nairobi, avevo lavorato in una clinica come volontaria in terapia della neuro e psciomotricità, bambini con paralisi cerebrali infantili e sindrome dello spettro dell'autismo (lasciate stare le diagnosi perché sono solo due mega calderoni dove nel mezzo si incontra ogni tipo di patologia neuromotoria o del neurosiluppo).
Beh comunque dicevamo che ai fini di raccontare cosa sia stato il Mama Lorenza Vocational Center è necessario specificare che io sono arrivata lì umanamente stanca, con pezzi di me distrutti.
Nei mesi passati in clinica, per essere in grado di utilizzare il mio tempo insieme a quei bambini, mi sono dovuta completamente svuotare di ogni pensiero emozione giudizio, nei limiti del possibile.
Non vedevo o faticavo a vedere il senso della mia presenza lì, come se neanche un miracolo potesse essere abbastanza, figuriamoci che peso potessi avere io.
Ho lavorato su queste sensazioni.
O cercato di non aspettarmi nulla.
Ho imparato a stare con le persone che c'erano e a godere di quello scambio.
Ma le risposte erano minime date le condizioni e io ero stanca, emotivamente e fisicamente.
Il Mama Lorenza Vocational Centre mi ha accolto come una figlia che torna dopo anni lontana da casa, come se fossi già stata lì nella mia vita, tutti, ognuno percorrendo strade diverse per far breccia nel mio cuore, sì lo so è una frase banale e adolescenziale ma accogliete l'immagine che evoca, un sussulto, un abbraccio, un sorriso, aria che prima non c'era e adesso c'è.
Matron, la Matrona della scuola, il boss assoluto, quella che se dice che una cosa non si può fare, nella gestione delle pratiche quotidiane, quella cosa non si fa.
Jane la direttrice, una donna che sposta le montagne e le rimette al loro posto quando i suoi obiettivi la portano altrove, una donna dalla quale imparare punto.
Tutto il corpo insegnate, accogliente e curioso.
Il cuoco e i guardiani, gentili e sorridenti, diciamo anche uniche figure maschili, a mio avviso quindi con una certa responsabilità di riequilibrio delle parti.
E Poi lei Annalaura, l'animo romantico dell'equipe.
Lei è stata la prima persona dell'associazione che ho incontrato.
Sia come contatto da Roma che come accoglienza ad Ukunda.
Quella che smuove i sentimenti alla meridionale e fa tornare i conti come una nordica doc, tutti i tipi di conti.
È stata la mia guida, il mio punto di riferimento costante, e la cosa più bella è che potevo capire che non lo stava facendo solo per me, ma lo aveva fatto per tutti quelli che erano stati decisi a passare del tempo presso la scuola. Il mondo è felice quando le persone amano quello che fanno, e lei emanava amore e rispetto per quella terra e per il posto che ricopre a scuola.
Il merito ai piani alti dell'associazione di aver colto nel segno nello scegliere a chi affidare un ruolo così discreto e fondamentale.
Mi sono persa credo.
Avevo detto che non sapevo cosa scrivere e invece mi sono resa conto che potrei scrivere pagine intere e diventa difficile scegliere, e io che volevo essere sintetica.
Descrivere la mia esperienza presso il Mama Lorenza Vocational Centre.
Allora sì, sarò sintetica.
Famiglia.
Colori.
Teatro.
Esperimenti.
Di capelli.
Di stoffe.
Di piedi ben piantati a terra e di mani ben protese ad arrampicarsi fra le nuvole.
Sogni, Mama Lorenza è stato sogni, veri, fatti di mura, di donne, di alberi, dell'orto della scuola, dei letti dove le ragazze imparano a sentirsi a casa, quei letti sotto a quelle zanzariere che contagiano chiunque di felicità e fame di vita.
Oltre a questo Child to Child for Africa è i bambini di Jaribuni e Malindi.
Le divise scolastiche che all'inizio possono far para, alcuni di loro non avevano mai messo un paio di scarpe prima di quel momento.
Una divisa che non era solo il vestito migliore che loro avevano ma anche una possibilità di scoprirsi competenti, questo fanno le scuole, fonte di opportunità, e questo rende possibile ogni giorno Child to Child for Africa.
Tra le mie consapevolezze, abbandonate all'arrivo in Africa per essere trasformate e riconquistate durante questa esperienza, in conclusione sono:
L'augurio più bello che ognuno di noi possa fare a chi ama, e in primis quindi a se stesso, è quello di avere sempre un corpo pronto a rispondere alla nostra volontà e un corpo che viva esperienze ai limiti di noto e ignoto, l'esplorazione come fonte di vita.
L'arte parla al cuore di tutti e non ha classe, reddito, cultura, l'arte è alla base un istinto, che va sperimentato riconosciuto e guidato. Il desiderio di lasciare un segno, la voglia di conoscere lo strumento che siamo e sperimentarne le varie possibilità creative, l'esplorazione del mondo della fantasia guidato dagli strumenti della creatività, anche in Kenya, anche in una terra dove la stagione delle piogge dipinge il cielo di fango.

Grazie Child to Child for Africa, per i meravigliosi colori che quotidianamente vi impegnate ad utilizzare per dipingere il mondo in un modo un po' più bello di come lo avete trovato e grazie per l'accoglienza, l'amore e l'energia che mettete nella vostra missione!


Silvia Liberati

 

Da vivere

Fondazione Child to child for Africa, c.p. 354, CH-6965 Cadro
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